LA QUARTA FASE DELLA MMI

 

 

Si può suddividere, informalmente, la storia della Marina Militare Italiana in quattro fasi :

 

      I.     Dalla nascita al 1914
(armonizzazione delle origini, ricerche e prime attività in momenti di rivoluzione tecnologica e operativa coinvolgenti le marine di tutti i paesi. Numerose crociere e peripli per mostrare la bandiera, navi stazionarie nel Mediterraneo Orientale, in Cina e in America)

    II.     Dal 1914 al 1918
(razionalizzazione dei tipi e degli armamenti, prima concezione della nave monocalibra, potenziamento e impegno bellico della flotta, concezione del MAS)

  III.     Dal 1918 al 1945
(vacanza navale e inizialmente accordi internazionali di disarmo, ricostruzione su basi nuove, sviluppo dell’arma sottomarina, potenziamento dei tipi e nuovo impegno bellico nel Mediterraneo, in Atlantico e nell’Oceano Indiano )

 IV.     Dal 1945 al 2000
(diktat di pace e consegna di molte delle navi superstiti alle nazioni vincitrici della guerra, poi ricostituzione, collaborazione e intensa operatività su base internazionale)

 

La quarta fase comprendeva un periodo iniziale di una trentina d’anni caratterizzato da semplice sopravvivenza con una ricostituzione assai stentata, in termini puramente simbolici, con unità di superficie e subacquee passate per lo più dalla marina americana. Programmi condizionati da una mancanza endemica di risorse finanziarie che penalizzavano la ripresa tanto da prefigurare il completo declino e fine della forza armata come tale.

Si giungeva nel 1975 all’approvazione di una Legge Navale che assicurava finalmente i finanziamenti straordinari necessari, con carattere di provvedimento d’ emergenza che non risolveva i problemi in misura soddisfacente a seguito dei continui aumenti dei costi e dell’erosione delle risorse provocata dalla forte inflazione in atto. Fu pertanto giocoforza rivedere i programmi già predisposti con una serie di compromessi e limitazioni drastiche.

Si affermavano comunque, superando le vecchie concezioni, le unità navali multiruolo con flessibilità d’impiego, che rendeva possibile la diminuzione del numero delle navi in armamento.

Gli impegni assunti dall’Italia nel campo internazionale richiedevano la creazione di una forza anfibia da impiegare in mari sia vicini che lontani, in operazioni umanitarie approvate dall’opinione pubblica, con navi di nuova concezione mentre la ripresa industriale svincolava la nazione dalla costosa dipendenza dall’estero nel settore elettronico assurto ad importanza fondamentale e insostituibile

Alla fine degli anni 70 la situazione strategica e politica del Mediterraneo, assai complessa e frammentata, era salita a stati di tensione assai preoccupanti oltrepassandone i limiti geografici e impegnando sempre di più la componente aereonavale della Nato. A metà degli anni 80 veniva affidata all’Italia la responsabilità dei controlli nei golfi di Suez e di Aqaba, per cui, nel 1982, veniva costituito il 10° Gruppo Navale Costiero con base permanente sul posto. Nell’agosto dello stesso anno venivano impiegati reparti del Battaglione San Marco con base navale a Beirut. Si rendeva necessaria poi un’operazione di contromisura mine nelle trafficate acque del Mar Rosso per la quale veniva costituito e impiegato il 14° Gruppo Navale.

Fattore determinante dell’equilibrio navale del Mediterraneo, era dato dalla presenza della VI Flotta americana, che in un certo momento veniva ritirata per cui si poneva per l’Italia la necessità di uno strumento aereo-navale nazionale adeguato il più possibile e non interferente con gli impegni dell’Alleanza Atlantica. Si ipotizzavano due gruppi di altura e costieri con 20 e rispettivamente 17 unità, 10 unità subacquee, 15 contromisura mine, 5 o 6 costiere e 94 elicotteri. Il Ministero della Difesa, per sensibilizzare l’opinione pubblica, provvedeva alla pubblicazione di un “Libro Bianco 1985” con proiezione di 15 anni e previsione di 5 missioni operative interforze.

 

Il 1986 comportava il ripensamento dello schieramento della NATO nel settore meridionale dell’Europa in cui il Mediterraneo costituiva una zona altamente perturbata stante la possibilità di affacciamento dell’URSS sulla direttrice Afghanistan- Medio Oriente- Mar Rosso- Africa Settentrionale. Il comando in capo per l’Europa Meridionale si riorganizzava in due comandi subordinati a guida uno americana e l’altro italiana. Le situazioni di crisi regionali in atto imponevano il rafforzamento dello schieramento alleato e la riorganizzazione delle forze italiane in seno alle quali lo strumento aereo-navale appariva di importanza crescente. Si imponeva una presenza italiana credibile in fatto di sorveglianza e interdizione della frontiera marittima per cui veniva costituita una Forza di Intervento Rapido con componente navale anfibia assicurata dal Battaglione San Marco. Si costituiva nel contempo il 16° Gruppo Navale impegnandolo in una campagna in Asia, dall’Indonesia al Giappone. Si provvedeva, con l’impiego di due gruppi d’altura, alla scorta diretta del traffico marittimo in corrispondenza delle soglie di Suez e di Gibilterra.

L’istituzione pressoché coeva della Zona Economica Esclusiva con estensione di 200 miglia dalla costa imponeva l’adozione di naviglio di nuova concezione, nascevano i pattugliatori d’altura e si consolidava la componente elicotteristica con tre basi a Catania, Luni e Grottaglie e la piattaforma autonoma della nave “Garibaldi”.

 

Il quadro geo-strategico generale cambiava radicalmente alla fine degli anni 80 con il decadimento dell’URSS e con il diffondersi delle conflittualità dette regionali per cui l’Italia rafforzava il suo interesse verso il Medio Oriente stante la dipendenza dalle fonti energetiche di quella plaga, e la Marina Militare assumeva un ruolo di primo piano riacutizzandosi l’annosa questione dell’autonomia navale in tema di componente aerea ad ala fissa, dato che i confini tra gli strumenti operativi delle tre forze armate (Aeronautica, Esercito, Marina) s’erano fatti assai labili come conseguenza del progresso tecnologico. Venivano stabiliti 7 comparti principali e 27 dipendenze, con 70 mezzi navali utilizzabili in sede operativa.

Nel settembre del 1987 balzava in primo piano, all’attenzione generale, il Golfo Persico come conseguenza del conflitto Iraq – Iran. Tra l’altro una petroliera italiana subiva un attacco iraniano. Interveniva l’ONU, si costituiva una forza armata internazionale, si costituiva il 18° Gruppo Navale articolato su tre reparti (protezione, sostegno, contromisura mine) con l’impiego di 20 navi in 4 scaglioni, 18 elicotteri e 3.300 uomini in una complessa operazione che prendeva il nome in codice di Esigenza “Golfo Persico 1”. Una ragione di più per addivenire finalmente alla soluzione dell’annoso problema dell’aviazione imbarcata, con la legge del gennaio 1989 che assegnava al comando della Marina l’utilizzo diretto degli aerei.

La bandiera dell’arma veniva, nel contempo, decorata con l’Ordine Militare d’Italia.

Degna di nota anche la riorganizzazione del Corpo delle Capitanerie di Porto, al quale è stata affidata istituzionalmente l’amministrazione periferica della marina mercantile. Nel 1989 veniva creata una sua articolazione con la Guardia Costiera fornendola di 350 mezzi navali e aeromobili con oltre 100 basi, sede di comandi operativi di zona, con meriti civili, di sanità pubblica, operazioni di ricerca e salvataggio in caso di sinistri, appoggio alle ricerche di archeologia sottomarina, cultura, scuola ed arte.

 

Radicali i mutamenti verificatisi negli anni 90 con la caduta della potenza militare e politica dell’URSS comportante anche lo scioglimento del Patto di Varsavia antagonista della NATO. L’Italia veniva trovarsi in una posizione di maggior sensibilità verso le tensioni del Medio Oriente per il contemporaneo riacutizzarsi delle lotte nazionalistiche, etniche e religiose ripercuotentisi in tutto il bacino mediterraneo. Necessitava la ridefinizione della sicurezza nazionale particolarmente sentita dalla Marina, che le linee della politica governativa continuavano a sottovalutare, se non a ignorare, in un clima di rilassamento per cui ogni progetto di pianificazione restava lettera morta.

 

Con la crisi verificatasi agli inizi del 1990 tra Iraq e Kuwait, l’ONU decretava l’embargo delle forniture militari per scoraggiare o frenarne l’escalation con un blocco sul mare. L’Italia costituiva il 20° Gruppo Navale col nome in codice “Operazione Golfo 2”, e interveniva dapprima nel Mediterraneo Orientale e poi nel Golfo Persico, in quarta posizione con le forze degli USA, Inghilterra e Francia, impiegando navi e reparti del Comsubin e del Battaglione San Marco. Il Mediterraneo diventava zona primaria di transito minacciabile per cui veniva allertata un’organizzazione di sorveglianza e dissuasione con il concorso di 12 paesi del Patto Atlantico. La minaccia più insidiosa era quella delle mine, per cui veniva costituito con l’apporto di sette forze navali uno schieramento di 32 unità con 4 navi di sostegno e con base ad Augusta. Seguiva l’anno dopo una estesa operazione di bonifica delle acque del Golfo Persico e del Mar Rosso. L’Italia si impegnava con 16 navi e 15 elicotteri, con 2.800 uomini, controllando 2390 mercantili. Emergeva l’importanza rivestita dal supporto logistico e dei suoi mezzi nonché dai mezzi di collegamento con le operazioni a terra.

 

La dissoluzione dell’URSS e l’accresciuta sicurezza determinatasi in Europa comportavano la revisione dei concetti strategici della NATO tenendo comunque conto delle instabilità locali e regionali, con l’impiego di reparti di entità più limitata ma di maggiore mobilità e flessibilità. La Marina si adeguava con prontezza e nell’autunno del 1991 veniva costituito un gruppo di lavoro per aggiornare e innovare il modello di difesa. Il progressivo ritiro delle forze americane dalla NATO imponeva all’Europa il riequilibro con suoi maggiori contributi. Si accresceva la valenza geo-strategica dell’Italia ma anche la vulnerabilità in settori basilari come quello della fonte energetica principale (petrolio). Ne scaturiva un criterio di difesa diverso dal precedente, non di “dissuasione”, ma di “partecipazione attiva” in ambiente mediterraneo, europeo e atlantico. La Marina veniva maggiormente implicata con forze di pronto impiego, forze di secondo impiego, forze di riserva e mobilitazione su un gruppo di altura, due gruppi costieri, un gruppo di trasporto e sbarco, un gruppo cacciamine, un gruppo subacqueo, un gruppo pattugliatori ed elicotteri, più forze speciali e a terra.  Il documento relativo non passava neanche questa volta all’esame parlamentare ma serviva come base di lavoro per le future pianificazioni.

Non ancora concluse le operazioni nel Golfo Persico, la Marina veniva impiegata in una serie di operazioni umanitarie di soccorso in Adriatico, Mediterraneo Orientale, Mar Nero a seguito di una crescita della conflittualità etnica, sociale, religiosa, economica. È l’epoca dell’“Operazione Pellicano” in Albania e Basso Adriatico con la costituzione del 22° Gruppo Navale basato a Durazzo e impegnato in tre missioni giornaliere.

Col disciogliersi della Federazione titina della Jugoslavia l’impegno della Marina si faceva massiccio stante il fatto che il traffico in Adriatico si presentava molto elevato richiedendo l’intervento multinazionale in settori, uno dei quali sotto comando italiano. Per mantenere l’embargo delle armi e delle munizioni e il blocco portuale del Montenegro si costituivano vere e proprie squadre di abbordaggio con uomini del San Marco e del Comsubin. Un fronte marittimo vitale che impegnava 14 nazioni tra le quali l’Italia si trovava in posizione di rilievo con due gruppi operativi e uno di riserva più gruppi di velivoli e sottomarini e un centro logistico avanzato a Grottaglie.

 

Prendeva forma il concetto di “Mediterraneo allargato” con l’inclusione delle aree adiacenti del Mar Nero, del Mar Rosso, Corno d’Africa, Golfo Persico e Oceano Indiano.

Nella primavera del 1993 la situazione di crisi verificatasi in Somalia determinava l’ONU a promuovere un intervento consistente. L’Italia partecipava con un contingente interforze e col 24° Gruppo Navale di 5 navi, Battaglione San Marco e reparti Comsubin in operazioni di sorveglianza, contrasto e controlli d’ordine pubblico, scorte, aiuti umanitari. operazioni anfibie e polizia marittima, sotto la denominazione in codice “Ibis” e “Italfor Ibis”. Un’esperienza interessante che suggeriva nuovi concetti operativi.

Il Modello di Difesa, base della pianificazione dello strumento militare, veniva aggiornato in sede teorica permanendo comunque il problema delle scarse risorse nazionali. Si prevedeva la riforma degli stessi vertici delle forze armate e dei loro poteri, si individuava una nuova soglia di sufficienza operativa con 18 unità di altura, 16 di difesa aerea e fregate, 20 unità di seconda linea, 2 gruppi sottomarini, 3 gruppi contromisura mine, 1 reparto unità anfibie e trasporto, 1 reparto da sbarco, 1 reparto sub. e incursori, aeromobili, unità ausiliarie di vario tipo, organizzazione a terra (basi navali e punti di riferimento). Un unico “pool” cui attingere volta per volta quanto era necessario.

Con il 1993 si provvedeva alla pubblicazione annuale di un Rapporto al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e indirizzarla alla comprensione di problemi che erano di tutti.

Di fronte all’impossibilità di una concreta operatività delle forze internazionali in Somalia, nel febbraio del 1994 veniva costituito il 25° Gruppo Navale col compito di provvedere al ritiro del contingente italiano, uomini e materiali, con l’impiego di 5 navi e comando unico su base interforze.  Nel gennaio dell’anno successivo veniva approntato un gruppo internazionale di intervento per ricuperare anche i reparti pachistani e malesi rimasti isolati. L’Italia concorreva con il 26° Gruppo Navale forte di 5 navi, 14 elicotteri e 3 velivoli su comando USA e vice-comando italiano, con l’acquisizione di un’ulteriore esperienza operativa complessa. Un contingente nazionale veniva inviato poi nel Mozambico in missione umanitaria.

La complessità delle situazioni in atto e l’evoluzione delle conseguenti necessità suggerivano la formazione di corpi militari multinazionali. Nel 1995 l’Italia, Francia, Spagna e Portogallo costituivano un gruppo a connotazione aereo-navale, non permanente ma prestrutturato con capacità anche anfibia, sotto comando a rotazione nazionale.

A metà degli anni 90 la Marina veniva coinvolta molto frequentemente nei vari avvenimenti emergenti. Grave il conflitto scoppiato nei Balcani con implicazioni strategiche sinergetiche sia aereo-navali che terrestri richiedenti la cooperazione internazionale. Cooperazione che si rendeva necessaria anche nella predisposizione di uno strumento tecnico e produttivo comunitario con l’abbandono delle forme del protezionismo industriale su base nazionale divenuto improduttivo.  Assumeva maggior importanza la componente anfibia e nel 1995 il Battaglione San Marco, disciolto come tale, prendeva il nome di Raggruppamento Anfibio con la forza di circa 1000 uomini, con un battaglione di addestramento, il Bafile, e un Nucleo Lotta Anfibia su elicotteri con previsione inoltre di una formazione interforze con l’Esercito, della consistenza di una brigata leggera.

 

La crisi determinata dall’attacco serbo-bosniaco contro la Bosnia Erzegovina, che l’ONU non era in grado di comporre, provocava l’intervento della NATO e la Marina Militare attivava un dispositivo di sorveglianza su tutto il bacino dell’Adriatico. Imposta la pace, nel febbraio 1996 veniva rischierata nel teatro balcanico una forza multinazionale di sorveglianza, la parte navale del quale era composta da caccia, fregate e naviglio di contromisura mine   spalleggiata da una “riserva di teatro” di portaerei e reparti anfibi. Non bastava, e veniva allertata una Forza Contromisura Mine col concorso in rotazione di 65 unità con partecipazione italiana forte del 20%.

Nel contempo, navi di bandiera italiana comparivano in crociera nel Mare di Barents e in Mar Nero, presenti in esercitazioni congiunte in mari lontani con risvolti anche diplomatici, e programmi addestrativi con navi dell’Inghilterra, del Belgio, dell’Olanda, dell’Argentina. Il 27° Gruppo Navale effettuava, col nome in codice “Oceani Lontani”, il periplo del globo toccando 35 porti di 23 nazioni e fu il primo gruppo occidentale ad effettuare un’attività addestrativa con navi della marina militare cinese.  Altre navi comparivano, nel 1997-98, in attività addestrative con marine locali dell’Estremo Oriente fino alle Isole Filippine. 

 

L’inizio del 1997 vedeva il teatro balcanico nuovamente scosso da un conflitto ai danni dell’Albania, a seguito dello sfaldamento della sua compagine statale. Un intervento umanitario internazionale, denominato “Operazione Alba”, veniva affidato all’Italia, ma già in precedenza operavano sul posto reparti anfibi del San Marco con l’appoggio di elicotteri del Nucleo Lotta Anfibia. Veniva mobilitato, col 28° Gruppo Navale, anche il Corpo delle Capitanerie di Porto effettuando, in accordo con il governo albanese, vari interventi operativi e di sorveglianza.

Tutti questi movimenti comportavano l’acquisizione di nuove esperienze, che passavano nel Modello programmatico di Difesa e il ripianamento delle operazioni di soccorso ai profughi, sempre più numerosi, con contromisure verso gli sbarchi illegali, non senza qualche incidente.

Si conferiva maggiore flessibilità alle forze anfibie con estensione del braccio d’azione anche nel retroterra. Nel novembre del 1998 veniva costituita una forza operativa italo-spagnola non permanente ma attivabile su chiamata. Rafforzata la sorveglianza costiera per il controllo degli sbarchi clandestini di extracomunitari.

Con la crisi del Kossovo, che richiedeva l’impiego di molti uomini con il concorso internazionale, la sorveglianza veniva allertata anche in alto mare, con tutta la gamma, inoltre, degli interventi umanitari, trasporti e movimenti militari, assistenza sanitaria, operazioni di bonifica con integrazione aereonavale allargata.

 

All’affacciarsi del terzo millennio, la Marina Militare Italiana si presenta pronta ad affrontare i problemi scaturenti dal quadro geo-strategico internazionale in continua evoluzione avvalendosi dell’esperienza accumulata nel corso di tanta attività. È questa la sua risorsa più preziosa mentre il bilancio economico concretamente disponibile permane sempre sul piano dell’incertezza e dell’imprevedibilità. Il massiccio impiego dei mezzi per tutto l’ultimo decennio del secolo da poco passato ha provocato grande usura con riduzione di rispondenza della flotta alle necessità operative, in mezzi e in uomini.  Non è pensabile che la nazione non si presti a sostenere uno strumento di tale importanza tanto più che si nota un certo superamento di quella indifferenza se non ostilità avvertibile in più settori della politica e dell’opinione pubblica da essa influenzata. 

 

I programmi del futuro riguardano quasi tutte le categorie del naviglio con predominio della tecnologia in sede di cooperazione internazionale, del resto già in atto.

Nei primi anni 90, Inglesi, Francesi e Italiani hanno puntato su di una fregata a vocazione antiaerea secondo due componenti: la piattaforma (programma Orizzonte) e la missilistica, con un piano realizzabile in 10 anni.

In tema di unità subacquee, cancellato il programma nazionale “S 90” per difficoltà tecnologico e questioni di costi, la Marina è entrata in collaborazione con la Germania con il programma “US 12 A” riguardante l’impianto propulsivo “a celle combustibili” (ossigeno e idrogeno) e con propulsore elettrico di nuova ideazione, con batterie avanzate.

Il punto di maggior impegno riguarda una seconda unità portaerei con dislocamento maggiorato, sede di comando e controllo di gruppi aereonavali complessi, anche multinazionali. È prevista la maggiorazione del ponte di volo anche delle unità della classe “San Giorgio”.  

In sostituzione della linea aliscafi, viene avviato il progetto per una “Nuova unità minore combattente”, “Classe Comandanti”, con dislocamento da corvetta, con buon livello di automazione, equipaggio ridotto e pertanto costi contenuti.

Potenziato il pattugliamento d’altura con la nuova “Classe Orione”.

Non viene trascurata la linea delle unità ausiliarie, anch’esse polivalenti, con la “Classe Aretusa” a due scafi (catamarano) in vetroresina, anche per servizi idrografici e oceanografici, e altri interventi riguardano le unità per la sorveglianza e il sostegno informatico del naviglio combattente e l’assistenza al naviglio contromisura mine.  Tutto un discorso anche per l’aviazione navale che si appoggia sull’industria nazionale in cooperazione con l’industria estera.

 

Significativi i cambiamenti in atto riguardanti il personale con l’abolizione della chiamata in servizio di leva e l’apertura all’elemento femminile, che non sembrano aver riscosso molti entusiasmi, ai quali la Marina si sta adeguando in ossequio alla relativa legislazione nazionale riguardante tutte le forze armate.

 

(A.C. – Regesto dello studio del com. Michele Cosentino pubblicato in supplemento del numero di ottobre 2000 della Rivista Marittima)

 

 

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